venerdì 12 febbraio 2016

EROTISMO, ARTE E CINEMA LOW BUDGET di Michele Tosolini




Tra la fine degli anni '60 e gli anni '70, il cinema indipendente francese è popolato da una sterminata produzione di pellicole a basso costo dalle forti tinte erotiche. La “liberazione sessuale” sul grande schermo si compie grazie alle pulsioni sociali che investono tutta la società del maggio francese, sgretolando il tabù della nudità e della libertà sessuale, e mutando soprattutto l'immagine della donna, ora emancipata, sofisticata e seduttrice.
Il cinema low budget in quegli anni viaggia quasi esclusivamente sui binari dell'eros che varca persino territori più spiccatamente hardcore. Non è raro infatti che i registi aggiungano scene porno alle loro pellicole per garantirsi un introito extra con la distribuzione nei circuiti a luci rosse, o che alternino produzioni hard con film di genere, magari mantenendo lo stesso cast di attori.
Il cambiamento sociale, tuttavia, non riesce da subito a sdoganare l'erotismo più esplicito nelle produzioni mainstream. Solo dopo L'ultimo tango a Parigi (Bernardo Bertolucci, 1972) il cinema erotico acquisisce rispettabilità da parte della critica. Nel decennio precedente al contrario rimane confinato nelle produzioni borderline della cosiddetta sexploitation che, infatti, deve ancora fare i conti con l'istituzionalità repressiva della censura e con il Ministero della Cultura che favorisce, anche finanziariamente, le produzioni “di qualità”.
Nonostante il cinema francese di quegli anni sia quello di Jean-Luc Godard, di Françoise Trouffaut, di Claude Chabrol o di Robert Bresson, le produzioni a basso costo riescono a ritagliarsi fette di pubblico sempre più grosse, contrapponendo alla Nouvelle Vague una schiera di “artigiani” di un cinema non meno sperimentale, marginale per la critica, e acclamato da un'estesa nicchia di fan.
I primi registi ad assaporare il gusto del proibito sono Max Pécas e José Bénazéraf, seguiti poi da Claude Mulot, Michel Lemoine e, naturalmente, Jean Rollin.
La produzione cinematografica di Jean Rollin riassume il fermento dell'epoca con modalità espressive che presto diventano il suo marchio di fabbrica, proponendo una visione “per immagini” volta a suscitare nello spettatore sensazioni inaspettate e intense, spesso a scapito della linearità della trama. Rollin è un autore del fantastico cinematografico impreziosito da simboli, costumi, personaggi decadenti e da un ossessivo romanticismo.
Il poeta francese André Breton esaltava il cinema come veicolo per l'automatismo psichico propugnato dai Surrealisti, fondato com'è su un linguaggio analogico che può esprimere il mondo delle emozioni e dell'istinto.1 L'irrazionalità di tutto ciò che ci circonda emerge in maniera immediata, senza alcuna decodifica da parte della ragione e in una verità non soggiogata e distorta dalla morale o da strutture estetiche precostituite. Rollin arriva per altre vie alla medesima conclusione: il suo è un surrealismo bastardo e istintivo, figlio di certo milieu autoriale ma (involontariamente) imprigionato in un immaginario adolescenziale da cinema delle astrazioni.2
Il risultato è una forma espressiva orientata, più che nelle trame, nelle forme del fantastico come queste si dispiegano davanti agli occhi del fruitore, evocando da un lato poeticità letteraria e pittorica, dall'altro contaminandole con le spesso squallide tecniche del low budget, e con l'espressività popolare dell'horror, dell'erotico e del porno.
I punti di riferimento cinematografici di Jean Rollin sono quindi legati alla capacità espressiva dell'opera. Le immagini ossessive erotiche e perturbanti di Jesus Franco, o le visioni surrealiste di Luis Buñuel emergono nella visione cinematografica come un quadro di René Magritte: Possiamo isolare una o più immagini da un suo film afferma Rollin a proposito di Buñuel – e il fotogramma isolato ci comunica qualcosa. Le immagini sono indipendenti dall'opera, sono la voce dell'autore stesso.3
Il legame tra l'opera del regista francese e il movimento surrealista è conclamato. Molti sono i riferimenti o gli omaggi ai suoi principali esponenti culturali: Jean Cocteau, eclettico artista francese, e il regista Louis Feuillade sono i suoi riferimenti principali e legati alla giovinezza. Ne La vampira nuda (La vampire nue,1970) Rollin cita L'uomo in nero (Judex, 1963) di Georges Franju, e riesce con i suoi film a dare immagine agli scritti del romanziere del fantastico Jean Ray e di Gaston Leroux; Rollin anima sullo schermo i nudi del pittore belga Paul Delvaux utilizzando le tecniche espressive tipiche del surrealismo.
Ne L'isola delle demoniache (Les démoniaques, 1974) Rollin ridipinge sul set le immagini del dipinto La violée du vaisseau fantome del pittore Clovis Trouille. Come per Magritte, Trouille dipinge persone e oggetti in maniera surrealistica afferma il regista francese – Opere come Stigma Diaboli, La violée du vaisseau fantome, L'heure du sortilege e altri sono immagini presenti tanto nella mia mente, quanto nei miei film. Sono opere che celebrano il mistero della fantasia e dell'immaginazione. […] Se osserviamo dipinti come Mon toumbeau ci richiama alla mente immagini dei miei Le viol du vampire (1968), Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi (Le frisson des vampires, 1971) o Vierges et vampires (1971).4










1 Roberto Curti, Jean Rollin, in Il rasoio e la luna. Guida al cinema surrealista, Nocturno” Dossier n. 81, Aprile 2009, p. 24.
2 Ibid.
3 Andy Black, Clocks, Seagulls, Romeo and Juliet. Surrealism Rollin style, “KinoeyeVol. 2-7, 15 aprile 2002 tratto da Necronomicon, the Journal of Horror and Erotic Cinema, Creation Books, 1996.
4 Ibid.

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