Tra la fine degli anni '60 e gli anni '70, il cinema indipendente francese è popolato da una sterminata produzione di pellicole a basso costo dalle forti tinte erotiche. La “liberazione sessuale” sul grande schermo si compie grazie alle pulsioni sociali che investono tutta la società del maggio francese, sgretolando il tabù della nudità e della libertà sessuale, e mutando soprattutto l'immagine della donna, ora emancipata, sofisticata e seduttrice.
Il cinema low budget in
quegli anni viaggia quasi esclusivamente sui binari dell'eros
che varca persino territori più spiccatamente hardcore. Non è raro
infatti che i registi aggiungano scene porno alle loro pellicole per
garantirsi un introito extra con la distribuzione nei circuiti a luci
rosse, o che alternino produzioni hard con film di genere, magari
mantenendo lo stesso cast di attori.
Il cambiamento sociale,
tuttavia, non riesce da subito a sdoganare l'erotismo più esplicito
nelle produzioni mainstream. Solo dopo L'ultimo
tango a Parigi (Bernardo
Bertolucci, 1972) il cinema erotico acquisisce rispettabilità da
parte della critica. Nel decennio precedente al contrario rimane
confinato nelle produzioni borderline della cosiddetta sexploitation
che, infatti, deve ancora fare i conti con l'istituzionalità
repressiva della censura e con il Ministero della Cultura che
favorisce, anche finanziariamente, le produzioni “di qualità”.
Nonostante il cinema
francese di quegli anni sia quello di Jean-Luc Godard, di Françoise
Trouffaut, di Claude Chabrol o di Robert Bresson, le produzioni a
basso costo riescono a ritagliarsi fette di pubblico sempre più
grosse, contrapponendo alla Nouvelle Vague una schiera di “artigiani”
di un cinema non meno sperimentale, marginale per la critica, e
acclamato da un'estesa nicchia di fan.
I primi registi ad
assaporare il gusto del proibito sono Max Pécas e José Bénazéraf,
seguiti poi da Claude Mulot, Michel Lemoine e, naturalmente, Jean
Rollin.
La produzione
cinematografica di Jean Rollin riassume il fermento dell'epoca con
modalità espressive che presto diventano il suo marchio di fabbrica,
proponendo una visione “per immagini” volta a suscitare nello
spettatore sensazioni inaspettate e intense, spesso a scapito della
linearità della trama. Rollin è un autore del fantastico
cinematografico impreziosito da simboli, costumi, personaggi
decadenti e da un ossessivo romanticismo.
Il poeta francese André
Breton esaltava il cinema come
veicolo per l'automatismo
psichico propugnato dai
Surrealisti, fondato com'è
su un linguaggio analogico
che può esprimere il
mondo delle emozioni e
dell'istinto.1
L'irrazionalità di tutto ciò che ci circonda emerge in
maniera immediata, senza alcuna decodifica da parte della ragione e
in una verità non soggiogata e distorta dalla morale o da
strutture estetiche precostituite. “Rollin arriva
per altre vie alla
medesima conclusione: il
suo è un surrealismo
bastardo e istintivo,
figlio di certo milieu
autoriale ma (involontariamente)
imprigionato in un
immaginario adolescenziale da
cinema delle astrazioni”.2
Il risultato è una forma
espressiva orientata, più che nelle trame, nelle forme del
fantastico come queste si dispiegano davanti agli occhi del fruitore,
evocando da un lato poeticità letteraria e pittorica, dall'altro
contaminandole con le spesso squallide tecniche del low budget, e con
l'espressività popolare dell'horror, dell'erotico e del porno.
I punti di riferimento
cinematografici di Jean Rollin sono quindi legati alla capacità
espressiva dell'opera. Le immagini ossessive erotiche e perturbanti
di Jesus Franco, o le visioni surrealiste di Luis Buñuel emergono
nella visione cinematografica come un quadro di René Magritte:
Possiamo isolare una o
più immagini da un
suo film – afferma Rollin a
proposito di Buñuel – e il fotogramma
isolato ci comunica
qualcosa. Le immagini sono
indipendenti dall'opera,
sono la voce dell'autore
stesso.3
Il legame tra l'opera del
regista francese e il movimento surrealista è conclamato. Molti sono
i riferimenti o gli omaggi ai suoi principali esponenti culturali:
Jean Cocteau, eclettico artista francese, e il regista Louis
Feuillade sono i suoi riferimenti principali e legati alla
giovinezza. Ne La
vampira
nuda
(La
vampire
nue,1970)
Rollin cita L'uomo in nero
(Judex, 1963) di Georges Franju, e riesce con i suoi film
a dare immagine agli scritti del romanziere del fantastico Jean Ray
e di Gaston Leroux; Rollin anima sullo schermo i nudi del pittore
belga Paul Delvaux utilizzando le tecniche espressive tipiche del
surrealismo.
Ne L'isola
delle
demoniache
(Les
démoniaques,
1974) Rollin
ridipinge
sul set
le immagini
del dipinto
La
violée
du
vaisseau
fantome
del
pittore
Clovis
Trouille.
Come
per
Magritte,
Trouille
dipinge
persone
e
oggetti
in
maniera
surrealistica
–
afferma il regista francese – Opere
come
Stigma
Diaboli,
La
violée
du
vaisseau
fantome,
L'heure
du
sortilege
e
altri
sono
immagini
presenti
tanto
nella
mia
mente,
quanto
nei
miei
film.
Sono
opere
che
celebrano
il
mistero
della
fantasia
e
dell'immaginazione.
[…] Se
osserviamo
dipinti
come
Mon
toumbeau
ci
richiama
alla
mente
immagini
dei
miei
Le
viol
du
vampire
(1968), Violenza
ad
una
vergine
nella
terra
dei
morti
viventi
(Le
frisson
des
vampires,
1971) o
Vierges
et
vampires
(1971).4
1
Roberto Curti, Jean Rollin, in Il
rasoio e la luna.
Guida al cinema
surrealista, Nocturno” Dossier n. 81, Aprile 2009, p.
24.
3
Andy Black,
Clocks,
Seagulls,
Romeo
and
Juliet.
Surrealism
Rollin
style,
“Kinoeye”
Vol. 2-7, 15
aprile 2002
tratto da
Necronomicon,
the
Journal
of
Horror
and
Erotic
Cinema,
Creation Books,
1996.

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