Le viol
du vampire, Viges et
vampires e Violenza ad una
vergine nella terra dei
morti viventi rappresentano per Jean
Rollin un trittico in cui l’autore traccia una sorta di manifesto
artistico, sia dal punto di vista della forma cinematografica, sia
per le caratteristiche con cui dipinge le vampire nude, protagoniste
di questi tre film.
Come si è già visto una
delle figure chiave della produzione cinematografica di Rollin, se
non probabilmente la principale, è la vampira, alla quale
il regista ha dato
un’importante valenza
poetica, che riassume la
solitudine eterna dei non
morti e l'ineluttabilità
della loro condizione.1
In piena nouvelle vague
Le viol du vampire,
nonostante l’incomprensibilità della trama, conferisce in una
cornice surrealista e dalla simbologia spesso oscura, un carattere
inedito o quantomeno rivoluzionario del tema del vampirismo trattato
come una malattia psicologica, tra l’altro trasmittibile. Rollin fa
così dimenticare al pubblico il classico vampiro delle produzioni
inglesi della Hammer, consegnandoci, con i successivi film sulle
vampire nude, delle creature contaminate da un erotismo tragico
morboso in cui la tristezza della
solitudine e l’impossibilità
di mutare la propria
esistenza maledetta obbliga
le vampire di Rollin
a nutrirsi anche dei
loro stessi amanti,
perdendoli per sempre.2
La saga delle vampire
nude continua con il cimiteriale Viges et
vampires dove l’autore mette di fronte i vampiri,
creature fortemente pervase di erotismo ma in pratica sterili, con le
due ragazze vergini, protagoniste della vicenda. In un atmosfera
onirica che oscilla tra l’ambientazione gotica e alcune tematiche
fortemente legate alla cultura hippie di moda in quegli anni. Rollin
non traccia mai un confine definito tra bene e male, tra santo e
profano: i vampiri sono creature ambigue, capaci di atti estremi come
l’omicidio e la tortura, e le ragazze, evase da un riformatorio,
appaiono tutt’altro che vergini. La prospettiva per entrambe è
quella del matrimonio inteso come sacrificio di verginità e rito
oscuro orgiastico, ma le due ragazze compiono scelte differenti,
Michelle (Mareille Dargent) decide di unirsi ai vampiri, Marie
(Marie-Pierre Castel) di perdere la propria verginità con un uomo
per conservare la propria umanità.
Il tema della verginità
ritorna in Violenza ad una
vergine nella terra dei
morti viventi, nel quale i morti viventi non
sono zombi, ma non-morti, vampiri.
Con una trama zoppicante
che ricorda vagamente Il mistero del
castello (The Kiss of
the Vampire, Don Sharp, 1963) della Hammer,
Violenza ad una vergine
narra la storia di una coppia di sposi, Lise e Antoine, che vanno a
trovare dei parenti in un castello di famiglia. I due vengono accolti
dalle giovani governanti, che li informano che i padroni di casa sono
stati sepolti il giorno prima.
Lise decide di recarsi
nel cimitero di famiglia, per omaggiare i cugini morti, qui, ancora
vestita da sposa, incontra una donna completamente vestita di nero
che prega sulle tombe. Con il contrasto tra le due figure femminili
Rollin introduce così lo spettatore nella contrapposizione, seppur
sapientemente mai ben definita, tra morte e vita, oscurità e luce,
peccato e innocenza.
La sposa, di ritorno al
castello, decide di non dormire con il marito e di non concedersi,
rimanendo così vergine. In procinto di coricarsi, incontra, in un
momento estatico ed onirico, una donna vestita vagamente hippie,
Dominique, uscita dalla cassa un orologio a pendolo la segue fino al
cimitero dove si sta compiendo un rito orgiastico vagamente lesbo.
Rollin procede quindi per contrapposizioni, facendo preferire alla
vergine Lise l’eros orgiastico al sesso istituzionale e
matrimoniale.
Dominique la invita a
partecipare al rito dicendole “Quelli che crediamo vivi praticano
il culto della morte. Quelli che crediamo morti praticano il culto
della vita.”
Il giorno seguente i due
ospiti del castello apprendono che i loro cugini sono in realtà
vivi. Questi si dimostrano divertiti dalle voci che li credono morti
e spiegano che sono stati impegnati nello studio del culto di Iside e
di un dio cornuto. Dopo una verbosa dissertazione teologica sul
paganesimo, affermano che la loro famiglia è da secoli depositaria
di questi saperi occulti. Rollin costruisce attraverso le loro parole
una religione oscura, pagana, imperniata nella figura della Vergine
Maria/dea Iside, popolata di un originalissimo pantheon di dei egizi
(Anubi) e di miti pagani ebraici. I due cugini, infatti, affermano di
esser stati dei cacciatori di vampiri, purtroppo sconfitti da
Dominique, un vampiro errante, e vampirizzati a loro volta.
Mentre il marito Antoine,
frustrato dalla castità forzata si abbandona ad un ménage à trois
con le giovani governanti, Lise, frequentando Dominique acquista
sempre più delle caratteristiche vampiriche come l’attrazione per
il sangue e la fotosensibilità. Il processo di trasformazione sembra
inevitabile per Lise che decide di accettare il dono della vita
eterna attraverso il rito finale che la renderà in tutto e per tutto
una vampira, ma la sera della cerimonia di iniziazione Antoine brucia
le bare dei vampiri destinandoli a morte certa e sottrae loro la sua
sposa, scappando.
Rollin riesce, pur con
una trama ingarbugliata, a mescolare tematiche gotiche (il castello
diroccato, il cimitero, il misticismo oscuro dei riti orgiastici, la
presenza di personaggi misteriosi) con un espressività surrealista
rimarcata da elementi psichedelici (il look di Dominique, la colonna
sonora, l’erotismo non istituzionalizzato).
Violenza ad
una vergine racchiude la ricetta di Rollin
con cui ha costruito il suo cinema delle vampire: trama lineare ma
spesso poco chiara, pochi effetti speciali sostituiti invece da una
fotografia che rende le sequenze oniriche e surreali; ritmo lento,
recitazione teatrale e troppo verbosa. Infine le vampire. Anche in
questa pellicola tutte le donne si spogliano e tutti i personaggi
vengono coinvolti in un commercio sessuale con le vampire.
Addirittura i due padroni del castello, nonostante siano vampiri
sotto il giogo della potente Dominique, ad un certo punto la
violentano. L’unico rapporto non consumato è quello tra i due
sposini, poco interessante in quanto scontato e istituzionale.
1
Fabio Giovannini, Antonio Tentori, Eros e
cinema fantastico cit., p. 111.
2
Ibid.

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.